Ciao, Kevin
Racconto breve
Pubblicato su L’ora del tè, il 16 dicembre 2025
«Gli piacerebbe questa cena» esordisce Ilaria, mentre assaggia la pasta per verificarne la cottura. Gli altri la guardano senza rispondere, mentre prendono posto a tavola. Solo Manuela, che fa compagnia alla padrona di casa vicino ai fornelli, pare voglia rispondere all’osservazione dell’amica: «Preferiva le cene in casa con noialtri piuttosto che uscire, è vero».
Sembrava che gli altri non stessero aspettando altro che avviare una qualche conversazione, bloccati tutti in un silenzio imbarazzato, se non addirittura annoiato.
«Che poi le sue cene… non era neanche un grande cuoco, mai sentito un profumino del genere quando era lui lo chef» commenta Pietro, seguendo l’arrivo dei piatti fumanti in tavola.
Qualcuno si schiarisce la voce, un tintinnio di bicchieri colmi di vino, poi la domanda di Caterina: «Ila, ma tu come l’hai saputo… cioè, eri ancora in contatto con lui? Io non lo vedevo né lo sentivo da parecchio. L’ultima volta credo sia stata più o meno qualche mese dopo che avevamo lasciato il nostro mitico appartamento. Ma anche voi, credo, no?», guarda negli occhi Walter e subito a seguire Manuela e Pietro.
Ilaria posa la forchetta nel piatto: «Mi ha chiamato sua sorella, qualche giorno dopo l’incidente, dicendomi che ero stata l’ultima persona che il fratello aveva contattato con whatsapp. Si ricordava di me, ci eravamo conosciute quell’anno in cui s’era fatto il Capodanno assieme in montagna – ve lo ricordate? Pensava che dovessi saperlo che è in coma, che forse non ce la farà. Dai messaggi aveva dedotto che fossimo ancora amici».
Walter, quasi senza battere ciglio, dice: «E lo eravate ancora, amici? Vi sentivate regolarmente?
L’ultima volta che l’ho visto io è stato per puro caso, qualche mese fa. L’ho incrociato per strada, ero dalle parti di casa sua per un cliente. Un saluto veloce e via»
«Amici non lo so, ma sì, ci scambiavamo qualche messaggio, anche una telefonata ogni tanto. Più che altro ripercorrevamo i vecchi tempi. Lui non ci ha mai dimenticati».
«In realtà anche noi, ragazzi, non è che ci siamo visti tantissimo in questi anni…» puntualizza Manuela.
Nessuno risponde, le parole sostituite da qualche sguardo, dal rumore di posate lasciate cadere sui piatti, da un mi passeresti l’acqua e dal suono sordo di una sedia che si sposta sul parquet.
Pietro riprende il discorso: «Se devo essere sincero, a me mi stava sul cazzo. Da sempre. Aveva quell’aria di chi crede di saperne più di te».
Gli fa eco Walter: «E a me doveva dei soldi, se vogliamo dirla tutta. Ve lo ricordate, no, che era sempre in ritardo con l’affitto? Beh, più di una volta gliel’ho pagato io. Mi diceva che poi li avrebbe chiesti a suo padre, il grande imprenditore dal braccino corto. Oh, lo diceva lui, mica io! E li avete visti voi ‘sti soldi? Magari si è allontanato per questo… almeno da me».
Manuela si lascia scappare un risolino e poi chiede: «Ma quindi i suoi erano davvero ricchi sfondati? Credevo mi raccontasse delle cretinate, sull’azienda di famiglia e su quanto si rompesse le scatole di dover finire a lavorare lì, dopo l’università».
Mentre Ilaria porta via i piatti, si ferma e sospira: «Magari non è stato lui ad allontanarsi». Spegne il forno, ne tira fuori un arrosto ben cotto immerso in un intingolo odoroso di rosmarino.
«Io ci sono andata a letto. Una volta, anzi, più di una» irrompe Caterina. Nella stanza si solleva una serie di ohoh e wow.
Il primo commento a caldo è di Walter, che non ha mai avuto peli sulla lingua: «No, ma che schifo!», cui fa seguito con i suoi soliti modi accomodanti Ilaria: «E perché che schifo?». Poggia il vassoio in tavola, facendosi spazio tra le bottiglie di vino rosso, di acqua e il cestino del pane, e indirizza a Walter uno sguardo torvo, il quale si giustifica: «Ma dai, eravamo come fratelli e sorelle, più o meno. Per me trattasi di incesto». Ilaria, ignorandolo, rivolge uno sguardo a Caterina come per spronarla a
continuare. L’amica coglie subito l’invito: «Checché ne pensiate, non è stato poi così terribile. Forse a voi maschietti sembrava un po’ imbranato con le donne, ma vi assicuro che… aveva dei gusti particolari».
Walter si tappa le orecchie e si lamenta: «No, non voglio sentire, smettila», mentre gli altri attendono il seguito, stuzzicati dallo sviluppo inatteso della serata.
Caterina non si fa pregare: «Vi ricordate che teneva in cucina sempre una grande scorta di guanti in lattice?»
Le risponde prontamente Manuela: «Diceva che era allergico ai prodotti per la pulizia, che poi quando mai puliva, lui? Hai voglia a programmare i turni per bagno e cucina! Era uno scansafatiche della peggiore specie, altro che…»
«Io ricordo che li usava anche per cucinare. Che lo prendevamo in giro, “è arrivato il grande chef coi guanti”» ridacchia Pietro, mentre manda giù un boccone, «E a proposito, ottimo l’arrosto, brava Ilaria! Ne hai fatta di strada dall’uovo a occhio di bue che ti ha sfamato per tre anni».
Caterina riprende il racconto, aiutandosi con una bella sorsata di vino: «E allora, sappiate che quei guanti con cui spesso vi ha servito i suoi sofficini bruciacchiati…»
Walter la interrompe bruscamente: «Non infierire, Cate. Ho già sentito abbastanza. Tra un po’ vomito». A ruota, Pietro con un sorrisetto malizioso stampato sulla faccia: «Che poi credevo fosse gaio, voi no?»
Manuela lo bacchetta: «Non dire “gaio”, però. La comunità lgbtqia+ apprezzerebbe se ti affacciassi al ventunesimo secolo»
«E che avrò detto mai? Sempre puntigliosa, tu, professoressa. E comunque, Cate, mi stai confermando che era queer» dice Pietro ammiccando a Manuela «Insomma, era così allergico alla fica che gli servivano i guanti pure per quella»
«Raccontatevele tra di voi, care signore, queste confidenze su quello sfigato di Schopenhauer in pantofole, detto SIP» chiosa Walter. Scoppiano tutti a ridere fragorosamente, e Caterina, quasi con le lacrime agli occhi per la rievocazione di quel nomignolo, commenta: «Si incazzava come una bestia quando lo chiamavi così».
«Perché ne parliamo come se fosse morto?» dice Ilaria, tornando seria.
La sua domanda riempie il piccolo soggiorno insieme all’aroma della moka sul fuoco. Senza aggiungere altro, si avvicina alla finestra: fuori si intravede la luna piena seminascosta da nuvole pesanti e grigie. Strofina la mano sul vetro appannato, cancellando una macchia che non c’è.
«Beh, Ila, hai detto tu che sua sorella ti ha fatto capire di non avere grandi speranze. Credevo che questa cena fosse tipo una commemorazione informale, prima che…» Walter come sempre tiene a mettere in chiaro ciò che pensa e gli altri a non rispondere.
«Possiamo fumare sul balcone, io e la Manu?» irrompe Pietro per alleggerire l’atmosfera, vedendo l’amica già pronta con il pacchetto in mano.
Si alzano, aprono la portafinestra e si accendono una sigaretta. Gli altri, dopo l’università, hanno smesso tutti.
Tra un tiro e l’altro, Pietro cambia discorso: «Ve lo ricordate Il Grande freddo? Quel film che avevamo guardato insieme quando ci eravamo messi in testa di organizzare il nostro cineforum casalingo? Quello degli amici che si ritrovano al funerale di uno di loro, in una villa, dopo essersi persi di vista».
Gli altri annuiscono, ricordando bene l’iniziativa quasi subito naufragata, perché non riuscivano a prendere sul serio la fase dei commenti dopo i film. Era tutto un ridere, forse per le canne che si facevano in abbondanza o per i fiumi di birra del discount che innaffiava le loro notti brave. Il film di Kasdan era stato uno dei pochi che erano riusciti a finire.
«Cazzo, sembra di stare in quel film là. Cioè lo so che non è proprio la stessa cosa, ma…»
Manuela continua, mentre spengono le loro sigarette e rientrano in casa: «Ve lo ricordate che il morto del film era Kevin Costner? Cioè, in realtà non si vede mai, perché le sue scene, i flashback in cui sarebbe dovuto comparire, erano state tutte tagliate in fase di montaggio. Ci aveva colpito ‘sta cosa».
Walter aggiunge: «Certo che me lo ricordo, il povero Kevin segato dalla produzione. Si vedevano solo i polsi e le scarpe, credo. Da morto. Il personaggio si era suicidato».
«Lo sapete cosa mi aveva scritto prima dell’incidente?» irrompe Ilaria con voce incrinata. Il soggiorno affonda di nuovo in un silenzio pesante, da fuori si sentono le sirene di un’ambulanza.
«Era un po’ di settimane che non si faceva vivo. Poi mi arriva un messaggio, la sera stessa dell’incidente. Mi diceva che era stanco, molto stanco, con un cuore. Un cuore… Non gli ho manco risposto, ero fuori a cena con degli amici. E il giorno dopo, quando gli ho scritto, era troppo tardi»
«In effetti è sempre stato un po’ sulle sue, di poche parole. Forse non stava bene già allora, e ci sta che poi sia peggiorato, quando ci siamo persi di vista» sentenzia Manuela con aria turbata.
Caterina rincara: «Forse avremmo dovuto stargli vicino, anche dopo che abbiamo lasciato l’appartamento. Ripensandoci non era proprio a posto, in effetti. Anche io me ne sono fregata. Perché, insomma, lui voleva continuare a un certo punto, la cosa tra di noi. Non siamo stati presenti come avremmo dovuto. Ci siamo persi».
Abbassano tutti la testa. Walter rigira la tazzina vuota sul piatto sbrecciato. Pietro si passa una mano tra i capelli, che ai tempi portava lunghi e adesso sono ordinatissimi, come richiede la sua posizione lavorativa. Manuela si mordicchia le labbra.
L’arrivo di una telefonata sul cellulare di Ilaria interrompe bruscamente l’impasse in cui sembrano essere tutti caduti all’improvviso.
«È sua sorella… Sì, dimmi… Non ci credo… Ma quando? È una notizia bellissima! Ma sì, Romina, certo che lo voglio vedere, ti richiamo. Un miracolo, sì. Ok, ti faccio sapere», riattacca e, con un sorriso commosso, si rivolge agli amici in attesa:
«Ragazzi, Simone si è svegliato! È uscito dal coma. È lucido, riconosce tutti. Ho la pelle d’oca… Dio, non ci speravo più. Romina mi ha chiesto se lo vado a trovare. Andiamo tutti, vero? Ci organizziamo e gli facciamo una bella sorpresa, giusto?»
Un rapido giro di occhiate, come una specie di vento freddo che attraversa la stanza.
Pietro guarda l’ora sul display del cellulare: «Ila, si è fatto tardi, domani ho una riunione in azienda, ma ti faccio sapere per Simone. Ragazzi, è stata una cena fantastica».
«Pietro, mi dai uno strappo? Abiti sempre lì, no? Casa mia è di strada, non farmi chiamare un Uber», si divincola anche Manuela, «Ho lezione alla prima ora domattina. Cena squisita, Ilaria, grazie. Un piacere avervi rivisti tutti insieme e sicuramente ci aggiorniamo».
Ilaria accompagna i due amici che sembrano fuggire. Anche Caterina fa un cenno di intesa ai due che escono: «Ilaria, sei sempre una padrona di casa perfetta, lo sei sempre stata, facevi quadrare i conti della spesa comune e delle bollette. Poi ci mettiamo d’accordo e si va tutti da Simone, con calma».
«Ragazzi, che ne dite se gli chiedo indietro i soldi, ora che si è svegliato?» aggiunge Walter. Nella stanza cala il silenzio. Con una pacca sulle spalle dell’amico, Pietro corregge il tiro: «Naturalmente sta scherzando, come al solito. O forse no». Sul viso degli altri prende forma l’accenno di un sorriso.
Quando sono sul pianerottolo in attesa dell’ascensore, Walter rivolge un’ultima occhiata alla padrona di casa: «Comunque, grazie della cena, Ilaria».
