Il servizio buono
Racconto breve
Pubblicato su Albori letterari il 23 dicembre
Chissà perché si fanno così tante domande?
Io credo che non bisogna conoscersi per
volersi bene.
E poi, forse, non bisogna volersi bene.
(L’Eclisse, Michelangelo Antonioni)
Germana ed Enrico salutano gli ultimi ospiti che spariscono nell’ascensore, insieme al chiacchiericcio fitto durato il tempo di una cena.
Il rumore della porta di casa che si chiude è ovattato, segue il suono sordo delle décolleté che la donna si sfila, lasciandole cadere sul parquet color ciliegio; poi l’impercettibile click dell’interruttore a spegnere i faretti del corridoio.
Germana torna subito in soggiorno, lasciandosi sfuggire un sospiro.
«Stanca?» le chiede Enrico. «Vuoi che sistemiamo domattina?»
Lei lo guarda, finché raccoglie da terra un cuscino del divano. Enrico è una sagoma scura nella penombra del corridoio: «No, lo sai che odio lasciare in disordine. E non sono stanca, non per la cena comunque».Mentre Enrico inizia a sparecchiare, tintinnio di bicchieri che solleva due per mano, commenta: «Una cena riuscita, no? Sono rimasti tutti contenti. La tua torta al cioccolato impeccabile come sempre e il mio pollo alla cacciatora superbo».
In cucina Germana sta sistemando le pentole nella lavastoviglie, gli risponde con un sì secco e un rimprovero quasi a fil di voce: «Fai piano con quelli, finisce che li rompi».
«Macché! E se anche mi cascano, non valgono niente, sono quelli presi coi punti della Coop, no?»
Con un canovaccio tra le mani ancora gocciolanti, la donna si volta in maniera repentina verso di lui, i due ambienti sono separati da un arco in cartongesso: «Ecco, appunto… Almeno stasera potevamo usare il servizio buono, quello che ci ha regalato tua zia per il matrimonio».
Enrico la raggiunge. Si fa spazio sul ripiano accanto al lavello per appoggiare il carico di vetro: «Zia Lena, dici? Non mi sembrava chissà quale grande occasione stasera. Capiterà qualcosa di importante e allora lo tiriamo fuori, eh?»
Germana non risponde, aggeggia con le ultime stoviglie, pulisce i fornelli sfregando con energia. Poi, d’improvviso, molla la spugna, quasi scaraventandola sullo sgocciolatoio. Poggia le mani sul ripiano umido, come se volesse sorreggere tutto il peso del suo corpo: «Ecco qual è il problema: questo benedetto servizio buono che sta lì da anni, per chissà quale occasione, per quali ospiti speciali, per quale serata. Sta lì».
«Ehi, si può sapere che ti prende? Quante storie per dei piatti…» la voce di lui incalza, accordandosi a quella di lei: «Mi dici che problemi hai?»
«Enri, non lo so. Qualcosa, qui» la donna si porta la mano sullo stomaco, fugacemente, poi la lascia scivolare lungo il fianco, strofinandola sulla gonna.
L’uomo sta ripiegando la tovaglia, con movimenti nervosi: «Questa la metto in lavatrice… E non ti sto capendo stasera».
«Vado a spogliarmi, la gonna mi stringe, mi sento soffocare.»La donna si siede sul letto, con una mano liscia le pieghe sul copriletto dello stesso colore delle tende. Resta nella penombra della stanza, rischiarata solo dalla luna piena che giganteggia al di là dei palazzi del quartiere. Dal soggiorno sente i passi del marito, qualcosa che cade, forse una bottiglia. Poi la voce di lui: «Scendo a buttare l’umido».
Non gli risponde, si alza, si affaccia alla porta e lo vede andare via, carico di piccoli sacchetti verdognoli. Poi si sbottona la gonna, lasciandola scivolare a terra. Si sbottona anche la camicetta di seta, con lentezza, indugiando sulle asole vicino al seno.
Dalla poltrona di velluto rosa salmone prende una felpa e i leggings e si riveste, evitando di incontrare la sua immagine allo specchio. Infila anche dei calzettoni di lana spessa, hanno entrambi un piccolo buco sul tallone. Pensa che dovrà buttarli.
Pensa che le cose invecchiano e si logorano tutte.
Raccoglie i capelli in una coda bassa, tira giù le tapparelle e torna in soggiorno.La donna abbraccia con lo sguardo la stanza, a piccoli passi gira intorno al tavolo, assicurandosi che non ci siano macchie sul legno laccato. Poi riordina gli avanzi, li ripone in frigo; spazza per terra svogliatamente e infine apre le finestre per far cambiare l’aria che sa di carne, di sigarette e di profumi costosi dei suoi ospiti. Odori che non le appartengono.
Enrico rientra dopo pochi minuti: «Avevi caldo? Fuori si gela, chiudi, dai! Metto su dell’acqua per una tisana, ti va?»
Germana lo lascia fare, sta serrando gli infissi col doppio vetro che lasciano all’esterno la notte, e poi prende la scatola di latta dove conservano le bustine di vari infusi alle erbe, comprati nel negozietto biologico a due passi da casa.
Con le tazze fumanti tra le mani, sprofondano nel divano tre posti, sotto cui si perdono i lembi di un tappeto enorme, dove giacciono indisturbate alcune briciole dei crostini serviti insieme all’aperitivo.
«Domani passo l’aspirapolvere» la rassicura lui, credendo di cogliere nella moglie uno sguardo infastidito.
«Domani» le fa eco lei, sorseggiando con cautela per non scottarsi le labbra.
«Eri davvero bella stasera, Germana» sguardo sugli occhi di lei che però non ricambia.
La donna poggia la tazza sul tavolino, avendo cura di asciugare le goccioline di condensa.
«Andiamo a letto, Enri. Che poi domani…»Si spogliano, l’uno di fronte all’altra. Lui le scioglie i capelli, le accarezza le spalle.
Lei reclina il collo, chiude gli occhi, gli prende la mano e gliela porta prima sul seno poi tra le gambe. Si stringono in un abbraccio scomposto, incontro di corpi caldi. Quando Enrico cerca la bocca di lei, Germana lo allontana con un movimento lento ma calibrato.
«Vieni qui» gli dice mentre si sdraia sul letto. Lui le sfila gli slip di raso bianco, candidi come le lenzuola, ed è subito dentro di lei.
Fanno l’amore, lui con foga, lei arrendevole sotto i suoi colpi. E ancora una volta Enrico prova a baciarla dopo esserle venuto dentro, ma lei si nasconde sotto i capelli arruffati, nel cuscino memory.
«Io non ti capisco» sbuffa lui, cadendole di fianco. La donna si siede, spalle poggiate alla testiera rivestita di lino grezzo.
Lei non reagisce ed Enrico continua: «Stasera sei strana. Mi sembrava ti andasse di fare l’amore. Non sei neanche venuta, vero? Che cazzo ti prende?»
Germana non lo guarda nemmeno, mette i piedi a terra, cercando le pantofole incastrate sotto il comodino.
«Vado in bagno» riesce a dirgli a malapena. Lui mormora tra sé e sé un “vabbè” di circostanza. Si alza anche lui, torna in soggiorno, recupera la tisana che oramai si è fatta fredda, ne beve una sorsata per togliersi dalla bocca l’amaro delle parole che gli sono rimaste sulla lingua.Quando lei riappare, ha indosso una vestaglia di spugna, il mascara sbavato sotto gli occhi.
Si siede sulla poltrona vicino alla finestra, lui è sul divano con i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani a sorreggere le guance dove già si intravede la ricrescita della barba tagliata da pochi giorni.
«Non lo so se voglio restare qui», Germana interrompe il silenzio pesante che ha riempito di sé ogni angolo del soggiorno e della casa tutta, persino del cielo fuori.
Enrico la guarda in tralice. Si riempie i polmoni di aria e poi, alzandosi di scatto: «Qui dove? Qui in soggiorno, qui a casa, qui con me?»
«Qui. Solo qui» la sua voce è lontana ed è quasi un sussurro che non arriva neanche alle sue stesse orecchie.
Enrico si sposta in cucina, ripone la tazza nel lavello, la ceramica contro l’acciaio riecheggia nella notte che sta morendo.
«Il problema siamo noi? Tipo che all’improvviso ti sei accorta che non stiamo bene insieme?» la sua voce è percorsa da un misto di rabbia e disorientamento.
L’allarme di una macchina copre la risposta di lei che tarda ad arrivare.
«Non lo so, non è questo. Ma non parliamone, non serve. Aspettiamo ancora un po’.»
Germana si alza, si avvicina alla finestra: poggia la mano sul vetro appannato, il palmo aperto a coprire la luna, come in un’eclisse: «Non manca tanto… Aspettiamo che faccia giorno, ti va?»
Si lasciano entrambi cadere sul divano, come se non avessero più forza nelle gambe.
E restano così, senza aggiungere nulla al ronzio appena percettibile del frigorifero.
